lunedì 5 dicembre 2011

Le Tazze Delle Fate

Tra le selve che accompagnano il fiume verso la pianura lucchese se ne trova una fitta e impervia dove si aprono grotte buie e profonde che la gente chiama Buche delle Fate. Ce ne sono un po’ ovunque sparse qua e là, ma sui fianchi boscosi del monte Gragno se ne aprono di suggestive e misteriose. Una volta, quando nei boschi si raccattava tutto, anche le foglie secche dei castagni, due fratelli divenuti ormai due giovanotti salirono sulla montagna a far legna. Erano forti, ma poveri; coraggiosi, ma stremati da una vita tanto difficile. A casa i loro genitori ormai anziani non potevano più salire nelle selve e i loro lavori domestici venivano svolti con sempre maggiore lentezza. Un giorno i due fratelli si trovavano nei pressi di una di queste buche delle fate, quando cominciò a pioviscolare e, siccome era ormai ora di pranzare, andarono a ripararsi all’interno della grotta. Dai loro corbelli tirarono fuori del pane e del cacio di capra e cominciarono a mangiare, quando videro arrivare due donnine basse, avvolte in un panno grigio con un grosso cesto pieno della cenere che i carbonai sono soliti ammucchiare in una parte della carbonaia. I due giovani le salutarono educatamente e le due signore, che erano le fate del bosco, li guardarono incuriosite, poi aprirono i loro mantelli grigi e ognuna di esse regalò a ciascuno dei due ragazzi una tazza di legno dicendo loro: 

“Se riuscirete a riempirla d’acqua e a farvi specchiare la luna piena del mese di maggio, un sentiero d’argento vi guiderà ad una sorgente dove troverete il vostro tesoro”. 

Poi le due donne entrarono nella grotta e scomparvero nel buio. La sera i due giovani raccontarono ai loro genitori quanto avevano visto e udito nel bosco e mostrarono loro le due tazze di legno. I genitori non sembrarono né incuriositi né stupiti dall’incontro con le fate e tornarono a scaldarsi nel canto del focolare.
Passarono i mesi e una notte di maggio la luna piena splendeva alta sopra il monte Gragno. Lassù salirono i due giovani e con un fiasco d’acqua riempirono le due tazze proprio di fonte all’entrata della grotta. Fu molto difficile inseguire la luna fra rami, foglie fitte, speroni di roccia, mentre intanto la notte correva via rapidamente. Mancava ormai un’ora al sorgere del sole, quando i due giovani arrivarono sulla vetta. Lassù il cielo era libero e la luna entrò nelle loro tazze. Subito mille riflessi d’argento ribalzarono giù dalla montagna e andarono a moltiplicasi nel letto della Turrite che scorreva fragorosa giù fra alte rocce. I due giovani correvano come due capretti dietro quello sfavillio che come uno sciame di lucciole scendeva giù lungo il torrente finché non si concentrarono su un enorme pietra nei pressi di una sorgente e svanirono nelle prime luci del mattino. I due giovani si guardarono e capirono che lì stava il loro tesoro. Cominciarono a portare pietre, a squadrarle e a metterle una sopra l’altra su quell’enorme pietra piatta e liscia. Dopo qualche mese un bel mulino con la sua ruota macinava da mattina a sera. E non vi fu mai stagione che vide quella ruota fermarsi. I campi vennero coltivati e i boschi seppero dare i loro frutti generosamente. Quel mulino ha lavorato per molti anni. Oggi non c’è più, ma non distante si trova una cascata che la gente chiama “del Pendolino”. Nel mese di maggio le fate vi scendono dalla montagna trasportate dai raggi delle luna piena per attingere l’acqua che in quella notte acquista poteri magici. E se si ascolta bene, ci sembrerà di sentire da lontano la ruota di un mulino mossa dall’acqua.

(di Paolo Fantozzi - Le ultime pubblicazioni di Paolo Fantozzi: "Storie e leggende lungo il fiume Serchio", Le Lettere, 2007, "Storie e leggende della Versilia", Le Lettere, 2005, "Le leggende delle Alpi Apuane", Le Lettere, 2003")

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