domenica 11 marzo 2012

La Moglie dell'Arimanno

Presso il lago di Fedaia, tra il ghiacciaio della Marmolada e le vette del Padòn, era accampato un drappello di contadini armati della Val di Fassa sotto il comando di un Arimanno (soldato di carriera). La sua sposa l’aveva raggiunto per passar la sera con lui e gli raccontò un sogno: -mi pareva d’aver ricevuto notizia che eri morto. Una Vivena (spirito buono di monti e boschi) mi venne incontro dicendo “tuo marito è vivo, ma a breve espierà il delitto commesso. Or son due volte sette anni, vicino a Cadrùn…” - L’uomo ammutolì, così che la moglie sospettò nascondesse qualcosa, ma lo rassicurò che per lei non sarebbe cambiato nulla. L’Arimanno le rivelò i fatti. Era ancora giovane quando un contadino lo mandò con l’amico Tita a vendere bestiame a Bolzano. Sul ritorno avevano perso però quei soldi al gioco e non avevano coraggio di tornare. Disperati incontrarono il becchino di Fiè che gli disse che ogni volta che passava col carro da morto a mezzanotte sulla Sghiella i nani del luogo uscivano. I nani sono pieni d’oro e sarebbe bastato prenderne uno o affumicare la caverna dove si nascondevano per costringerli a uscire e prendere l’oro. I due ragazzi decisero di seguire le indicazioni. Quando i nani uscirono li inseguirono fino a una caverna e la affumicarono chiedendo l’oro. Invano i poveretti piangevano di non aver nulla, loro non cedettero. All’alba entrarono nella caverna e c’erano 14 nani morti in un angolo, ma di oro nemmeno l’ombra. Atterriti per il delitto, piuttosto che tornare indietro si fecero soldati. Un giorno di quello stesso anno dovevano passare il bosco sulla Sghiella quando li raggiunse un omino grigio, alto nemmeno quattro palmi, magro come uno stecco, con una lunga barba ondeggiante che adirato additò Tita - tu morrai presto di morte senza gloria! - poi si voltò verso l’Arimanno – e tu, fra due volte sette anni, perderai la cosa più cara al mondo! - Tita morì pochi giorni dopo, sentinella vicino a un torrente s’addormentò. I nemici lo sorpresero, lo legarono e lo gettarono in acqua. La maledizione dell’Arimanno era ancora sospesa. Mentre raccontava questo sentirono dei rumori. I nemici! Svegliò le truppe e salirono sul Padòn per raggiungere un’altro drappello di Fassani. Si ritrovarono però in cima ai monti con le strade tagliate e le truppe nemiche dei Trusani a valle. Il nemico minacciava di incendiare gli alberi che arrivavano fino alla loro cima se non si fossero adattati alle loro condizioni e la moglie dell’Arimanno doveva far da intermediaria. Lui non voleva, ma i soldati la costrinsero. Le condizioni erano semplici. I Fassani potevano ritirarsi, se avessero abbandonato a morte l’Arimanno, che era il capo e l’unico soldato di professione. -Vedi la punta nord della vostra cima? - disse il capo dei Trusani - lui si metterà lì con un fazzoletto bianco al collo, così che lo si veda, e noi lo bersaglieremo di frecce finchè non cadrà! - Lei disperata lo disse in segreto al marito, suggerendo di non rivelarlo ai Fassani e morire tutti assieme combattendo, ma egli rifiutò. Gli Arimanni avevano giurato di dare la vita in difesa dei cittadini di Fassa e così avrebbe fatto. Chiese quindi alla donna il luogo su cui andare, ma lei voleva salvarlo, quindi gli indicò la vetta opposta. Al momento del distacco smise di piangere e per prima si ricompose - Addio. Vado a prendere il fazzoletto che abbiamo dimenticato, te lo porto e poi andrò a casa - L’uomo rimasto solo si angosciava al pensiero di questa morte senza battaglia, quando sentì già il sibilo delle frecce. Lasciò il luogo correndo alla ricerca della moglie, pensando avrebbero potuto colpirla per errore, ma in quella sentì il grido di battaglia degli Arimanni! Le truppe avevano raggiunto il loro piccolo drappello e avevano scacciato i Trusani, ma l’aiuto era giunto tardi. La donna si era offerta in sacrificio e giaceva ai piedi della rupe col fazzoletto bianco annodato al collo. Ora riposava tra i rododendri e il primo sole che saliva da dietro le Alpi cingeva la sua fronte in una pallida aureola di luce.
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